Vedere senza vedere

Vedere senza vedere

Vedere senza vedere

La motivazione e la capacità plastica del cervello possono consentire ad un gruppo di non vedenti di andare in mountain bike.

La storia di cui scrivo ha come base il libro di Lawrence D. Rosenblum “Lo straordinario potere dei nostri sensi”.

 

 

Daniel kish e Brian Bushway sono non vedenti dalla nascita a seguito di una patologia maligna (retinoblastoma) un grave tumore alla retina, nonostante questo handicap sono più di dieci anni che guidano escursioni in mountain bike. Il loro gruppo di solito conta dai 5 ai 10 componenti tutti affetti da patologie all’apparato visivo, tutti accomunati dalla stessa forza di volontà al non restare impalati ed estranei a ciò che accade fuori. Ma come fanno questi impavidi ragazzi a pedalare nei sentieri tra alberi superando pietre e radici? La risposta ci viene data dall’ecolocalizzazioneEco cosa??? Questa funzione è comune ai pipistrelli che durante le loro uscite serali emettono dei versi acuti i quali riflettono o rimbalzano contro oggetti ed ostacoli (alberi, fili elettrici, persone) e vengono percepiti dagli organi dell’udito. In base al suono di rimbalzo ed al suo grado di intensità l’orecchio riuscirà a “vedere” e capire la presenza e la distanza degli ostacoli. Il team del Dott. K. Dallenbach negli anni 40-50 condusse degli esperimenti per capire se gli esseri umani ecolocalizzassero come i pipistrelli, concluse che i ciechi erano in grado di farlo e ricorrevano comunemente a questo metodo. Dopo Dallenbach altri laboratori sono riusciti a dimostrare che tutti gli esseri umani possono ecolocalizzare ed hanno quindi la capacità di identificare la forma generale di un oggetto (quadrato, triangolo, cerchio) e persino la sua composizione materiale (legno, metallo, tessuto) mediante appunto l’emissione di suoni e l’elaborazione da parte dell’udito della risposta di rimbalzo. Kish e Bushway infatti nelle loro uscite in mtb producono continuamente suoni con la bocca, ogni due secondi fanno schioccare la punta della lingua, il suono prodotto rimbalza su marciapiedi, alberi, pietre e come già descritto ritorna all’orecchio che ne valuta la differenza di intensità ed il tempo impiegato tra l’output (emissione del suono) e l’input (ricezione). Inoltre usano striscette di plastica che toccano i raggi delle ruote, queste producono altri rumori che aiutano a percepire meglio la velocità ed il superamento di ostacoli, utile per raccogliere informazioni circa la velocità della pedalata e le variazioni di pendenza che si superano. Bisogna a questo punto distinguere l’ecolocalizzazione attiva che prevede l’emissione di suoni e la ricezione dello stesso dopo il rimbalzo e quella passiva dove in base alla direzione e distanza di una sorgente sonora (musica-rumori-passi etc) possiamo capire il tipo di ambiente in cui ci troviamo. Ad esempio ci sarà sicuramente capitato di notare che se si parla in ambienti vuoti si crea un eco di una certa intensità e questo è diverso o addirittura assente se le parole vengono pronunciate in ambienti o stanze piene di oggetti, mobili, tende etc. L’ecolocalizzazione passiva si ha quando i suoni non li produciamo noi, questi arriveranno alla nostra percezione uditiva con grado e caratteristiche differenti in base al tipo di materiale ed alla grandezza degli ambienti sui quali i suoni sono rimbalzati. Tali variazioni in assenza di capacità visive ci permettono di capire in quale luogo ci troviamo. Ad esempio se ascoltassimo musica (lo stesso brano allo stesso volume) in ambienti differenti, percepiremmo gli stessi suoni con intensità e caratteristiche differenti.

Plasticità del cervello

E’ noto che i non vedenti mostrano oltre che un’aumentata sensibilità uditiva anche un raffinato senso tattile, come avviene questo?

La risposta ci è data dalla plasticità neuronale di tipo cross-modale, gli studiosi di neuroscienze hanno scoperto che le diverse aree del cervello deputate ai sensi hanno la capacità di compensare l’una con l’altra. Quindi l’area deputata alla vista cioè il lobo occipitale viene aiutata e sostituita dall’attivazione della corteccia somato-sensoriale, cioè area della corteccia inerente al tatto. Quando i ciechi usano il tatto magari per riconoscere gli oggetti, i neuroni dell’area visiva sono attivi per aiutare i neuroni della zona somato-sensoriale del tatto, questo spiega il perché i non vedenti abbiano un tatto cosi sviluppato ed efficiente.
Gli studiosi però si sono spinti oltre e tramite tecniche di neuroimaging hanno dimostrato che bastano pochi giorni con una benda sugli occhi per ottenere un fenomeno di compensazione neuro-sensoriale. Ma è anche vero che dopo aver tolto la benda fenomeno di attivazione compensatoria duri più o meno per 24-48 ore.
E’ sempre più comune tra gli studiosi la tesi che la plasticità cross-modale sia insita nel essere umano come una strategia a cui il cervello fa costantemente ricorso in maniera inconscia.

Motivazione

Cosa ha spinto questi due ragazzi a sviluppare tali capacità e cosa ha permesso al cervello di attivare i fenomeni di plasticità?? La risposta è alla portata di tutti, la motivazione. Quella necessità che spinge ogni essere umano verso risultati che sembrano inauspicabili. La motivazione però da sola non basta, a questa va abbinato l’impegno e l’allenamento, elementi indissolubili e necessari per raggiungere ogni tipo di obbiettivo prefissato. Nel caso di Daniel Kish a cui furono asportati entrambi gli occhi, i genitori hanno sempre incoraggiato la sua autonomia. Si sono sempre rifiutati di limitare la sua attività, nonostante i lividi e bernoccoli…!
Hanno evitato di fargli da guida lasciandolo libero di esplorare il mondo da solo. Secondo i suoi genitori, ha iniziato a far schioccare la lingua già mentre gattonava e tentava i primi passi. Il ragazzo ormai adulto riconosce che proprio la libertà concessagli dai genitori sia stata la chiave per sviluppare sicurezza in se stesso e nuove modalità di orientarsi meglio nello spazio.

Purtroppo genitori come quelli di Daniel se ne incontrano pochi, siamo (anch’io in qualità di genitore) sempre attenti (fin troppo) ai bisogni dei nostri figli “normali”, li assistiamo in ogni difficoltà anziché sostenerli nella libera esplorazione delle proprie capacità. Questo gli permetterebbe di superare ostacoli fisici e mentali, di potenziare le proprie capacità senso-motorie e infine coltivare un solido senso di sicurezza.

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