L’osteopata come agevolatore

L’osteopata come agevolatore

L’osteopata come agevolatore della guarigione.

La disciplina Osteopatica nel corso di questi ultimi anni si è evoluta molto. Le scuole di formazione in osteopatia sono tante e molti i differenti metodi di approccio; Oggi chiunque voglia specializzarsi in questa medicina si ritrova immerso in una giungla di informazioni. Le proposte formative sono varie anche rispetto ai tempi di frequenza, con possibilità di seguirle le lezioni a tempo pieno o solo nei weekend con approccio tradizionale o alternativo. L’offerta dei corsi di specializzazione è illimitata quasi come le offerte telefoniche e come queste in concorrenza l’una all’altra. Corsi e tecniche per ogni parte del corpo, e per ogni età (dal pediatrico al geriatrico) a cui si aggiungono le aperture ed i collegamenti con altre discipline (medicina cinese, nutrizione, psicologia etc).

Il progressivo tecnicismo rischia però di avvicinare l’osteopatia alla medicina allopatica, dove esistono medici specializzatissimi in un centimetro quadrato del corpo ed allo stesso tempo distratti sul funzionamento di tutto l’insieme. Il rischio è di trasformare terapeuti in tecnici ultra specializzati, chissà, magari in divisa di lattice super elasticizzata che si muovono con fare cibernetico su lettini robotizzati. Abilissimi nell’eseguire manovre precise e poco invadenti, quasi laparoscopiche, però muti, asettici ed allergici all’ascolto dell’altro.
Il dono dell’ascolto, sosteneva a ragion veduta il Prof. Veronesi, risulta essere la prima cura.
Penso che la tecnica sia il mezzo attraverso il quale tradurre il sapere anatomico senza dimenticare che la relazione terapeutica nasce da una richiesta di aiuto! (paziente). L’osteopatia origina da un senso di delusione, dalla sofferenza, dalla speranza di un padre A.T.Still che pur essendo medico non riuscì a salvare dalle malattie sua moglie e tre dei suoi figli.
Noi osteopati/terapeuti manuali non dovremmo perdere di vista il motivo fondamentale per cui esercitiamo questa professione, cioè aiutare il prossimo. La relazione terapeutica è anche una relazione d’aiuto, dove attraverso l’empatia si genera energia per l’autoguarigione. Noi usiamo le mani come estensione del cervello ma anche del cuore, il resto lo farà il paziente, se e quando lo vorrà e soprattutto se ne avrà la forza.

Il paziente non come oggetto passivo su cui il terapeuta proietta i propri bisogni, non un manichino sul quale eseguire tecniche manipolative e trust effervescenti, ma partecipe attivo attraverso lo scambio di informazioni, ricordi ed aneddoti che aiutano a recuperare e ricostruire la storia clinica e personale. Maurice Audouard all’epoca mio docente e direttore del Cerdo ci ripeteva che accogliere ed ascoltare valeva quanto la corretta esecuzione di una tecnica. L’anamnesi e la raccolta dei dati personali è utile anche perché permette al paziente di riconnettersi al passato, ricordare un trauma fisico, un’intervento chirurgico, aiuta a mettere in scena collegamenti con la propria storia emotiva. Abbiamo il dovere di creare la giusta relazione terapeutica, base essenziale perché il paziente  possa trovare un riferimento di fiducia. E’ giusto trasmettergli il concetto che siamo unione di corpo-mente-spirito, perché capisca che, per lenire “alcuni” traumi  è necessario  chiedere aiuto a professionisti operanti in ambito psichiatrico/psicoterapico. Riguardo alla tecnica sostengo che noi osteopati non risistemiamo nulla, bensì agevoliamo/facilitiamo il recupero/riequilibrio della persona. Il grosso del lavoro spetta al paziente. Egli, attraverso le nostre mani, mette in campo tutte le forze intrinseche per attivare la propria guarigione, il proprio benessere.

……… A mio modo di vedere………..

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